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Economia della conoscenza, sapere mercificato.

 
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marcella



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MessaggioInviato: Lun Mar 09, 2009 2:58 pm    Oggetto: Economia della conoscenza, sapere mercificato. Rispondi citando

manganellate a Pisa - repressione del dissenso

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=lrtAKmnhDgw


1) Cariche sugli studenti in Piazza Dante.
06 Marzo, 2009

Pisa - Alle 15 studenti e precari dell'Università si erano dati appuntamento in Piazza Dante per contestare la presenza del Senatore Marcello Pera [...] La Polizia era schierata di fronte all'ingresso, la Sapienza blindatissima. Gli studenti hanno formato cordoni e la Polizia ha caricato a più riprese con qualche testa rotta.

[aggiornamento 17.30] Circa 200 persone in corteo hanno percorso i lungarni ed ora bloccano Ponte di Mezzo.
Alle 15 studenti e precari dell'Università si erano dati appuntamento in Piazza Dante per contestare la presenza del Senatore Marcello Pera, invitato alla Sapienza da varie associazioni cattoliche della destra fondamentalista pisana e da gruppi neofascisti (Laboratorio 99), per presentare il suo libro “Perchè dobbiamo dirci cristiani” alle ore 17.

La richiesta di chi ha indetto il presidio era quella di partecipare al dibattito, prendere parte a ciò che si svolge nella propria Università, in maniera necessariamente critica verso chi, come Pera, è stato promotore di un sapere mercificato e privato (vedi l'Istituto di studi avanzati IMT-Istituzioni Mercati Tecnologie di Lucca).

Ma per le circa 300 persone partecipanti al presidio non c'è stata alcuna porta aperta. La Polizia era schierata di fronte all'ingresso, lungo via Curtatone e Montanara, la Sapienza blindatissima. Gli studenti hanno formato cordoni per precauzione e, di fatti, poco dopo, improvvisamente, la Polizia ha caricato a manganelli alzati, a più riprese, causando qualche testa rotta. Sette studenti sono rimasti contusi, di questi, 4 sono stati portati al Pronto Soccorso da un'ambulanza che è giunta sul posto.

Studenti. Piazza Dante. Partecipazione. Si avete letto bene, erano questi i fattori ma la repressione c'è stata, come è già avvenuto più volte questo autunno, sempre per "difendere" chi dentro l'Università pubblica ha trovato una comoda poltrona e non fa altro che restarvi attaccato a presidiare i propri privilegi attuali.

Al momento forti slogan continuano ad essere gridati fuori dalla Sapienza e si susseguono interventi col megafono, nell'attesa che il Senatore arrivi.
[aggiornamento 17.30] Circa 200 persone hanno deciso di manifestare con un corteo contro la chiusura dell'Università nei confronti dei suoi studenti e di qualsiasi tipo di dissenso/critica. Diretto verso i lungarni il corteo è andato a bloccare l'arteria centrale Piazza Carrara-Piazza Garibaldi ed ora staziona sul Ponte di Mezzo.

Nel frattempo dentro l'aula magna della Sapienza ha avuto inizio la presentazione del libro alla presenza di Marcello Pera, fatto entrare da un ingresso laterale.

L'iniziativa si è svolta regolarmente, con il saluto del Rettore Marco Pasquali prima dell'apertura del dibattito. Il prorettore agli studenti, prof. Baggiani raggiunto dalla redazione di Pisanotizie all'interno della sala non si è voluto esprimere su quanto avvenuto in quanto si è dichiarato non a conoscenza dei fatti.

http://associazione-aut-aut. noblogs. org/post/2009/03/06/cariche-sugli-studenti-in-piazza-dante


2) Considerazioni a margine sugli scontri alla Sapienza
06 Marzo, 2009

Oggi è andata in scena una delle più tristi giornate che l'Università di Pisa abbia mai visto. Il presidio era convocato per le 15.00, nessuno pensava che non solo non si poteva entrare a quello che doveva essere un dibattito pubblico, ma addirittura trovare la Sapienza blindata con l'impossibilità di entrare anche solo all'interno della struttura.
Polizia e carabinieri ad ogni entrata, portoni chiusi, tranne uno, quello su via Curtatone e Montanara.

Il presidio degli studenti era convocato dalle 15.00 in piazza Dante e dopo poco si è spostato sulla strada.

Tutti increduli nel vedere un dispiegamento di forze dell'ordine tale da ricordare vagamente il giorno della blindatura del cda per l'approvazione del bilancio d'Ateneo.

Nonostante la visibile presenza delle forze dell'ordine la tensione era bassa, aria di scherzosità, perchè in fondo faceva ridere che uno comne Pera che ormai è lontano dagli schermi e da ruoli di potere richiedesse una blindatura di quel genere.
Qualcuno porta le pere in piazza e le offre ai poliziotti.

Probabilmente dal rettorato qualcuno si è mosso in maniera determinata per paura che qualcuno manifestasse ancora una volta un dissenso "troppo radicale" oppure la questura è stata più apprensiva del solito, volendo dimostrare (come vedremo in seguito) che è iniziata l'era della "mano pesante".

C'è anche l'ipotesi che si si siano scomodati dal ministero per difendere l'onorabilità di un senatore in qouta di maggioranza.

Quello che è successo ha comunque dell'incredibile, anzi dell'inaccettabile.

Poco prima delle 16.00, la questura, nella persona di Pizzimenti e la digos nella persona di Calabrese ordinano agli studenti di fare tre metri indietro.

Lo stupore degli studenti balza alle stelle, non solo non possono entrare nella loro Università, per cui pagano fior fior di tasse, ma addirittura nemmeno possono sostare di fronte ad una delle entrate, l'unica aperta, anche se con tutta la Digos al completo e qualche poliziotto a fare la portineria.

Sostare, si badi bene, non davanti, ma a circa 6-7 metri, lontano addirittura dal marciapiede, sulla strada insomma.

Di fronte ad un ordine senza motivazione, non essendo gli studenti un plotone d'esecuzione, l'ovvia risposta è stata il rifiuto. Tanto più che era ovvio che sia Pera che gli invitati (già perchè di invitati dobbiamo parlare) sarebbero passati da una delle altre quattro porte controllate completamente dalla polizia.

Insomma inizia la carica, i poliziotti si schierano in due file di fronte agli studenti e iniziano a spingere, dopo pochi secondi partono le prime manganellate.
L'aria si fa tesissima, ma ancora la questura non è contenta.
Così il capo della Digos sghignazzando, pensando forse si trattasse di un gioco, impartiva l'ordine di andare avanti al plotone, dicendo che i tre metri ancora non erano raggiunti. La seconda carica è stata terribile, le manganellate sono partite subito e le teste degli studenti in prima fila non hanno ovviamente retto.
Nessuno aveva il casco, nessuno aveva niente, proprio perchè la circostanza sembrava non portasse a situzioni di probabile scontro.
Così non è stato. le manganellate hanno colpito duro, 7 i refertati e altri nemmeno si sono fatti refertare, ma ne avrebbero avuto un gran biosogno.
9 o 10 le teste uscite insanguinate, molte le lesioni e gli ematomi sui corpi degli studenti nelle prime due file.
Ad uno studente, attualmente ancora in ospedale, stanno ricucendo la parte dietro della testa, con uno scuarcio degno di nota.

Tutto questo per far capire che l'università ora viene gestita con la forza, che il dissenso non è più tollerato in tempo di crisi.
Anche la Questura (Digos ovviamente compresa) ha voluto dare un segnale di svolta comportandosi in una maniera tale da riportarci con la memoria ad altri tempi, quando a Pisa per un semplice presidio si prendevano gli schiaffi (sicuramente preferibili alle manganellate).

La rabbia è tanta, la stupore ha laciato spazio ad un sentimento d'odio intrattenibile, che ti porta comunque a valutare con coscienza il dramma consumato oggi.

Il 16 marzo scade la seconda rata per il pagamento delle tasse universitarie, in quel giorno tutti si dovranno ricordare che stiamo pagando per un università che non è più nostra, perchè non ci è possibile nemmeno sostarci di fronte pacificamante a le strutture universitarie, aspettando che qualcuno ti spieghi perchè non puoi entrare a prendere parte ad un dibattito dichiarato pubblico.
L'università non è pubblica, ma di proprietà, di proprietà di Pera, o delle gerarchie dell'Ateneo, degna di osservazione, tra l'altro, il comportamento della professoressa Tongiorgi, prorettrice vicario che, mentre i poliziotti caricavano stava giungendo dal fondo della strada e appena ha sentito che veniva menzionata al megafono ha girato l'angolo, proprio mentre si alzava il primo manganello.

Molte presenze importanti successivamente, sia Zappacosta, che la Tangheroni, il primo è stato sollecitato pubblicamente a svegliare il suo partito (PD) che a questo punto si spera prenda posizione su quanto è accaduto, la seconda invece con fare provocatorio si è avvicinata per poi subito scappare visto che la situazione era già abbastanza tesa.
Molti anche i giornalisti, speriamo sia scorso abbastanza sangue da farci guadagnare la prima pagina.

Dove sta l'università che si costruisce sul dialogo e sul confronto, se nessuno di quelli che vogliono portare domande "scomode" viene più fatto entrare e si ritrova, con la testa spaccata di fronte alla sua facoltà?

Non ci sta, e sarebbe il momento di riprendersela questa uiniversità, bisogna che gli studenti incomincino a viverla e se le risposte stanno nei manganelli, bè... le teste sono tante, circa 50.000, chissà se prima dell'ultima rotta qualcuno in città griderà che Pisa non è la città democratica e aperta che vogliono farci credere, ma è solo un'altro posto dove la democrazia e la legalità si muovono sotto forma di manganelli e ordinanze repressive, dove il controllo sociale è una realtà quotidiana che si affianca alla straordinarietà delle teste rotte degli studenti che facinorosamente volevano avere diritto di parola nel loro Ateneo.

La risposta sia del capo della Digos sia del vice questore, alla semplice domanda: perchè avete caricato?

"Vi siete impuntati, ma soprattutto non abbiamo trovato nessun interlocutore con cui arrivare ad una mediazione".
L'onda non ha interlocutori con cui tenere a bada le mobilitazioni, l'onda non ha referenti e rappresentanti, quindi l'Onda devono reprimerla... è chiaro no?
Vedremo se ci riusciranno...
Il prossimo apputamento è a breve, alla faccia di chi diceva che l'Onda era finita.

Martedì sera al Polo Carmignani parleremo anche di questo, all'interno di un' assemblea pubblica.

una delle teste spaccate

http://associazione-aut-aut. noblogs. org/post/2009/03/06/considerazioni-a-margine-sugli-scontri-a
lla-sapienza

Infine vi invio la versione "ufficiale" dei fatti, quella che verrà letta da tutti coloro che non hanno visti in prima persona.
http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2009/6-marzo-2009/tensioni-pisa-l-arrivo-pera--1501064987117.shtml

eli*
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MessaggioInviato: Lun Mar 09, 2009 3:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

The Occupation at New York University

http://takebacknyu.com/
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MessaggioInviato: Gio Mar 19, 2009 4:49 pm    Oggetto: Rispondi citando

A Roma la Polizia a Napoli i fascisti

Un gruppo di neofascisti armati di lame, mazze a punta e caschi ha atteso sotto la facoltà di giurisprudenza una parte degli studenti dell'Onda che tornava dalla manifestazione/sciopero dell'Università!!

Lo spezzone di studenti, dopo il corteo, e un'iniziativa di occupazione simbolica degli uffici di Unico Campania per rivendicare il diritto alla mobilità per studenti e precari, si stava recando all'Università per tenere assemblea in vista delle prossime mobilitazioni e in particolare quelle del 28 marzo a Roma per il diritto al Welfare.
Abbiamo trovato la facoltà di giurisprudenza barricata con delle transenne e dietro di esse una serie di individui con i caschi in testa e con bastoni in mano mentre uno esibiva una lama (nella foto che è stata scattata da una studentessa presente, si può vedere la disposizione della squadraccia che abbiamo trovato all'arrivo all'Università. CHe cosa ci facevano questi individui in quella conformazione all'ingresso dell'Università!? Perchè nessuno ha detto niente!?).
Al tentativo di entrare all'università è partita l'aggressione da cui ci siamo difesi. L'Università è la casa del movimento studentesco, di un movimento democratico che in questi mesi ha invaso le piazze per rivendicare nuovi diritti e difendere la scuola pubblica. E' inaccettabile che vengano tollerati gli agguati di gruppi neofascisti, la cui esistenza sarebbe vietata dalla Costituzione italiana!!
E' tanto più intollerabile che le autorità accademiche permettano la permanenza di una squadraccia armata neofascista nell'Università, quando pochi giorni fà, ad esempio, il Senato Accademico dell'Università Orientale ha giustamente prodotto un documento contro la Xenofobia per l'aggressione allo studente Marco Beyene nel centro storico di Napoli.
Ebbene questi sono i neofascisti,questi sono gli xenofobi, questi sono quelli che incitano all'odio razziale!
Quello di oggi è stato un vero e proprio blitz, guarda caso nello stesso giorno in cui con un gravissimo atto autoritario a migliaia di studenti è stato addirittura impedito di uscire dalla Sapienza con le cariche della celere! Chi ha paura della ripresa dell'Onda!? Chi usa la celere e i neofascisti!?
In questo momento abbiamo occupato il Rettorato dell'Università della Federico II,chiedendo al Rettore di prendere posizione e invitiamo i giornalisti a venire.

Studenti dell'Onda napoletana
Mercoledì 18 Marzo 2009 18:07 redazione


http://www.uniriot.org/index.php?option=com_content&task=view&id=692&Itemid=101
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MessaggioInviato: Gio Mar 19, 2009 4:51 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ieri, durante lo sciopero indetto da CGIL/Gilda, mentre il ministro Gelmini ha scelto di partecipare all’inaugurazione di Mediolanum Corporate University di Basiglio (Milano 3), l’Onda ha continuato ad invadere le piazze, le strade, le città con il proprio carico di energia intellettuale.

Le provocazioni a colpi di cariche e di sequestro messe in atto alla Sapienza di Roma da parte della polizia, in ossequio alle direttive del sindaco Alemanno sui cortei, sono la dimostrazione evidente che ciò che qualcuno desidera è che non si manifesti il dissenso ma che si debba starsene chiusi in casa a farsi anestetizzare dalle “supposte verità” delle televisione.

Dylan direbbe che la risposta sta soffiando nel vento, io ci aggiungo che il vento che ci ha spinti in piazza ieri, ci spinge ancora domani a Bologna, sabato ai banchetti in piazza a Ferrara, sabato 4 aprile a Roma, e via di seguito di manifestazione in manifestazione, di assemblea in assemblea, di confronto in confronto, di risposta in risposta, fino a quando la musica delle Onde non cancellerà il rumore dell’arroganza battuto a ritmo di manganello.




E' il momento dell'assegnazione degli organici alle scuole: facciamo sentire la nostra voce

perchè siano ritirati i pesanti tagli che incombono sulla scuola pubblica.



L' ASSEMBLEA GENITORI E INSEGNANTI

DELLE SCUOLE DI BOLOGNA E PROVINCIA


invita tutti, genitori, bambini, insegnanti, cittadini,



ad una straordinaria MANIFESTAZIONE REGIONALE



LA SCUOLA PUBBLICA APPESA A UN FILO



RACCOGLIAMO E CONSEGNIAMO IN MASSA

I MODELLI INTEGRATIVI

ALL’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE



venerdì 20 marzo ore 17,30

(ritrovo sotto le due torri)



TANTE MANI

per colorare e sorreggere un eccezionale striscione

che srotoleremo lungo tutta via Rizzoli, a partire dalle Due Torri.



Nello scorso fine settimana, un folto gruppo di genitori ed insegnanti ha costruito e dipinto le scritte al mega-striscione, che appare davvero impressionante e bello!

Sarà forse il più grosso striscione che avrà mai camminato per le vie bolognesi...



Sullo striscione è scritto ripetuto più volte NO AI TAGLI - DIFENDIAMO LA SCUOLA PUBBLICA.



Sarà possibile lasciare le nostre tracce sullo striscione durante la manifestazione, venendo attrezzati con pennarelloni. Saranno anche presenti artisti bolognesi che decoreranno con noi la tela.



In allegato il volantino da stampare per promuoverne nelle scuole la partecipazione.



Si stanno organizzando per venire a Bologna da tante città dell'Emilia Romagna: CESENA, PARMA, PIACENZA, FERRARA, MODENA, REGGIO EMILIA, ... portando gli scatoloni con i modelli integrativi raccolti.




Un giorno della settimana successiva li consegneremo concretamente all'Ufficio Scolastico Regionale, in orario di apertura - seguiranno dettagli.



E poi da Bologna, direttamente a Roma...



SABATO 21 MARZO

DELEGAZIONI DI TANTE CITTA' ( Napoli, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Roma.... )

SI INCONTRERANNO A ROMA, IN VIALE TRASTEVERE, AL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE,

PER PORTARE TUTTI I MODELLI INTEGRATIVI RACCOLTI ALLA MINISTRA.



Da Bologna partirà un pullman per una delegazione il più numerosa possibile...

Partenza alle ore 6 dalla zona Lame, nei pressi di Castorama, rientro in serata, chi vuole partecipare telefoni a Marina - 339 15 922 34.



Elena.



P.S. chi non avesse ancora consegnato i modelli integrativi, e intenda portarli venerdì stesso, prepari 2 copie da lasciare al CAMPER: 1 per USR Bologna e 1 per MIUR Roma (oltre quella che da conservare).



dal Manifesto: Tolleranza zero per l'Onda

19-03-2009

Stefano Milani ROMA

ROMA


L'Onda è tornata ed evidentemente fa paura. D'altra parte il premier Berlusconi l'aveva promesso lo scorso autunno, nel culmine del dissenso studentesco: «Manderò la polizia nelle università». Detto fatto. Così quello che doveva essere il ritorno dell'esercito del surf contro i tagli all'istruzione del trio Gelmini-Tremonti-Brunetta, è diventato lo spunto per mettere in pratica la linea dura del governo. La politica del manganello e del «da qui non si passa».

Succede a Roma, alla Sapienza, nella più grande università pubblica d'Europa. Cinquecento studenti caricati e sequestrati per ore all'interno della cittadella, intimati a non mettere naso fuori dalle mura accademiche, proprio nel giorno dello sciopero della conoscenza indetto dalla Flc-Cgil. L'idea era di uscire in corteo, arrivare fin sotto il ministero dell'Economia e confluire nel sit-in sindacale a piazza SS. Apostoli. Ma niente, la strada dell'Onda è sbarrata. Piazzale Aldo Moro, via dell'Università, via Cesare De Lollis, via Regina Margherita: ogni varco del quadrilatero universitario è off-limit, presidiato da polizia, carabinieri e guardia di finanza. Caschi, scudi e manganelli. Perfino i vigili urbani a dare un mano come possono, con palette e fischietti. «Correte stanno uscendo dalla parte delle segreterie...», grida un pizzardone ad un funzionario della celere.

Ma i caschi blu non si limitano a presidiare. Caricano. E più volte. La prima all'entrata principale di piazzale Aldo Moro, poi in quelle laterali. «Qui non si passa», intima un funzionario di polizia: «Il vostro non è un corteo autorizzato». La nuova politica del sindaco Alemanno ha già fatto scuola, il protocollo appena siglato sulla di restrizione dei percorsi dei cortei a Roma è preso alla lettera. Così le manganellate si sprecano. «Mi hanno circondato in quattro e picchiato con il manganello girato (come documenta la foto qui accanto, ndr.)», denuncia Emanuele mostrando i segni rossi sulla schiena e su un gomito. «Restiamo calmi, non cadiamo nelle loro provocazioni», grida qualcuno. L'«arma» studentesca rimane la parola, urlata e amplificata dal megafono: «Vogliamo andare nelle nostre strade: libertà di movimento». Ma niente «da qui non si passa», ribadisce il brigadiere dei carabinieri di turno sghignazzando.

I minuti passano e le parole lasciano spazio al lancio di giornali appallottolati, bottiglie, scarpe. Tante scarpe. Come hanno fatto gli universitari francesi contro i loro ministeri e come ha fatto il giornalista iracheno contro Bush. Le volevano gettare all'indirizzo del ministero dell'Economia, ma visto l'impedimento ad uscire in strada il tiro a segno è tutto contro i celerini. Al secondo tentativo di forzare i blocchi, arrivano a rinforzo gli agenti della guardia di finanza ed effettuano una nuova carica. Di «alleggerimento», diranno poi. Una «leggerezza» che manda sei ragazzi al pronto soccorso. A quel punto la tensione sale. Inevitabilmente. E oltre le scarpe, vola anche qualche sampietrino, accompagnato dallo slogan «Roma libera! Roma libera». All'interno della città universitaria, intanto, non c'è più un corteo unico, ma tanti gruppi, dieci-quindici persone che corrono da un lato all'altro, passando di facoltà in facoltà alla ricerca di una via d'uscita. Chi prova a «sfondare», davanti all'entrata di Antropologia, subisce un'altra carica, la terza. «Siamo sequestrati», urlano dal megafono. Fuori non si esce e allora qualcuno lancia la proposta: «Occupiamo il Rettorato». Ma anche lì le porte vengono prontamente serrate.

È mezzogiorno quando l'Onda si ricompatta. I ragazzi si ritrovano sotto la statua della Minerva, nel luogo da dove erano partiti due ore prima. «Bisogna parlare, bisogna denunciare quanto è accaduto», i vari leader dei collettivi si affrettano ad organizzare un'assemblea a Lettere. Il giudizio sulla giornata è pesante: «Siamo entrati in una nuova era, oggi possiamo dirlo con chiarezza, senza equivoci - si legge nel comunicato dei collettivi - La recessione è realtà concreta, il governo non ha dubbi: polizia contro gli studenti, polizia contro chi dissente, polizia e cariche contro chi la crisi non vuole pagarla! La mattinata della Sapienza ci parla di questo, ci parla del vuoto di democrazia che riguarda questo paese e la città di Roma, con il suo protocollo contro i cortei». E assicurano: «Non finisce qui». Ma non è una minaccia, bensì la consapevolezza che «l'Onda è tornata».
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MessaggioInviato: Gio Mar 19, 2009 4:59 pm    Oggetto: Rispondi citando

Roma Tre, trovate spranghe e catene a Scienze politiche
Nell'armadietto c'erano anche volantini inneggianti al nazi-fascismo

I volantini trovati nell'armadietto
e poi esposti dal collettivo
Nell'armadietto dell'aula dove si riuniscono i giovani di destra della facoltà di Scienze Politiche di Roma 3 sono state trovate spranghe e catene. La scoperta è stata fatta questa mattina da studenti e personale dell'istituto. Nell'armadietto c'erano anche volantini inneggianti alle associazioni 'Foro753', 'Azione Universitaria', 'Il Manifesto di Verona'.

Gli studenti dei Collettivi hanno esposto all'ingresso dell'aula A un pannello contenente il materiale trovato nella stanza dei giovani di destra dove c'erano scritte come 'Onore a Jorge Haider', 'Comandante Cecchini: presente', 'Paolo vive', una copia dell'edizione straordinaria del Messaggero intitolata 'L'Italia è in guerra, nonché una grande vignetta sulla presenza degli zingari in Italia con frasi come "io da grande ruberò in metropolitana" oppure "non sono maggiorenne ma ho già 14 figli", riferite ai bimbi rom.

FOTO Catene e volantini di estrema destra
http://roma.repubblica.it/multimedia/home/5190830

"Questa delle spranghe è una novità dell'ultimo minuto. Cercheremo di fare piena luce in tempi rapidissimi su questo episodio". Lo ha detto il Preside della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Roma 3, Francesco Guida, a margine di una conferenza stampa organizzata dai collettivi di sinistra dopo gli scontri fra opposte fazioni che hanno avuto luogo ieri davanti all'ateneo.

L'armadietto è stato forzato dai ragazzi di sinistra, Luciano Governali del collettivo di Scienze politiche dice: "Adesso posso dire, per fortuna abbiamo sfondato l'armadietto".

ASCOLTA I collettivi: "Per fortuna abbiamo forzato l'armadietto"
http://roma.repubblica.it/multimedia/home/5192304

Rispondendo ad una domanda su come fosse possibile che all'interno di una facoltà potessero esserci, proprio in un'auletta sita nell'atrio principale, spranghe e catene, Guida ha risposto che "basta vedere come è strutturato questo palazzo". Riferendosi poi all'aggressione di ieri il Preside ha detto che "la facoltà ha deciso di seguire con estrema attenzione quanto accaduto".

"Condanniamo gravemente questi fatti e vogliamo risalire alle responsabilità attraverso l'inchiesta che è in corso. E sulla base di questo assumeremo poi i provvedimenti necessari che non sono solo di facoltà ma di ateneo".

(17 marzo 2009)
 
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MessaggioInviato: Ven Mar 20, 2009 4:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

CHE VERGOGNA IL NEPOTISMO, QUINDI AUMENTIAMOLO

C'e'un'apparente schizofrenia nella campagna che la 'grande' stampa
conduce da troppo tempo contro l'Universita' statale. Da un lato ne
amplifica 'incredibilmente' i difetti (soprattutto il nepotismo),
descrivendo un mondo accademico quasi TUTTO corrotto e con livelli
bassissimi di produttivita' nella ricerca e nella didattica, dall'altro
lato propaganda rimedi che tali difetti accrescerebbero a dismisura.
Nel suo articolo "Parenti in cattedra, atenei da vergogna", sul Corriere
della Sera del 19 marzo 2009 (v. nota 1), Gian Antonio Stella torna a
denunciare la parentopoli universitaria, nella quale sarebbero coinvolti
anche alcuni Rettori.

Il nepotismo universitario si basa sull'attuale sistema di reclutamento e
di avanzamento nella carriera dei docenti che, attraverso finti concorsi,
affida di fatto le scelte a singoli 'maestri'. Questo e' sempre stato vero
per i concorsi a ricercatore (il reclutamento) ed e' stato esteso dalla
Legge Berlinguer ai concorsi ad associato e a ordinario (l'avanzamento
nella carriera). Questa legge e' stata imposta in nome dell'autonomia e
della responsabilizzazione, ed e' stata fortemente voluta e sostenuta dai
soliti professori-opinionisti che hanno esclusivo accesso alla 'grande'
stampa.
L'ANDU da molto tempo propone una riforma dei concorsi tanto semplice
quanto letale per parentopoli: concorsi (per il reclutamento) e idoneita'
(per l'avanzamento) NAZIONALI con commissioni interamente sorteggiate,
escludendo i professori delle sedi che hanno bandito i posti e con non piu'
di un componente proveniente da una stessa sede. Queste commissioni
dovrebbero decidere DEFINITIVAMENTE i vincitori dei concorsi e esprimere i
giudizi di idoneita' per il passaggio alla fascia superiore, SENZA alcun
successivo intervento delle sedi interessate; intervento che in ogni caso
riporterebbe nelle mani del singolo professore (il 'maestro') la scelta
finale a favore del suo candidato-allievo (per la Proposta dell'ANDU sui
concorsi v. nota 2).
Invece la 'grande' stampa (con in prima fila il Corriere delle Sera e il
Sole 24-ore) da' voce esclusivamente a quanti (in testa i soliti
economisti) vogliono ampliare l'autonomia locale, ampliando cosi' il potere
di scelta del singolo 'maestro'.

La stessa 'grande' stampa si fa portavoce esclusivamente di quanti
vogliono ampliare a dismisura il potere del Rettore, cosi' come
'desiderato' dalla Confindustria, dalla Conferenza dei Rettori, dal PDL e
dal PD. Cioe', essa 'lavora' per concentrare ancor piu' in una persona un
potere gia' immenso ("Io sono il potere assoluto", 'scherza' un Rettore,
nell'articolo citato).
Anche sulla 'governance' l'ANDU da anni propone una soluzione semplice e
'facile': responsabilizziamo tutte le componenti dell'Ateneo facendo
finalmente eleggere DIRETTAMENTE tutti i componenti del Senato Accademico,
che non deve piu' essere presieduto dal Rettore, e affidiamo il governo
'operativo' dell'Ateneo ad un Organismo scelto dallo stesso Senato
Accademico (per la Proposta dell'ANDU sulla 'governance' v. nota 3).
Il rilancio degli Atenei non si puo' certo basare sul rafforzamento della
figura del REttore-sovrano assoluto, che ha gia' pesantemente danneggiato i
singoli Atenei e l'intero Sistema nazionale delle Universita'. Occorre, al
contrario, introdurre un sistema - finalmente realmente democratico - di
partecipazione e di gestione degli Atenei e del Sistema nazionale,
abbandonando i modelli aziendalistici, che nell'Universita' italiana
avrebbero il sicuro effetto di ampliare a dismisura il potere delle
oligarchie accademiche.

Su queste posizioni la 'grande' stampa mantiene una censura da 'regime
accademico', continuando ad attaccare INDISCRIMINATAMENTE l'Universita'
statale per agevolarne la demolizione.

19 marzo 2009
- Nota 1. Per leggere l'articolo di Gian Antonio Stella "Parenti in
cattedra, atenei da vergogna", sul Corriere della Sera del 19.3.09, cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/09-03/090319/L4CK9.tif
- Nota 2. Per la proposta dell'ANDU sulla riforma della docenza e dei
concorsi v. nel documento "Inevitabilmente il candidato locale". Per
leggere il documento cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21582.html
- Nota 3. Per la proposta dell'ANDU sulla 'governance' v. nel documento
"Governance. La controriforma del PD, la proposta dell'ANDU". Per leggere
il documento cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21114.html
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MessaggioInviato: Gio Apr 02, 2009 4:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

We submit to the EuroMayday 2009 movement the two documents you're going to read ("Manifesto of Knowledge-workers" and "Hypothesis for a Charter of Knowledge-workers Rights").

They are the result of the common elaboration of different groups of
Italian "knowledge workers" after some meetings in the past months in Milano. It deals with heterogeneous workers in different fields of cognitive and relational labour, such as journalists, workers of publishing houses,
university researchers, telecoms and show business workers and so on. The unifying condition of these labour activities is precarity. The present
economic crisis will probably lead to an increasing of up-to-date
disciplinarian dispositif and slavery of mind. These two texts and the
common discussion on them have been shared with the students' movement against L. 133 ("the Anomolous Wave"). It is a sort of message to the European knowledge workers, in order to fight against the "war to intelligence, to culture, to knowledge" which is carried on everywhere.

Happy EuroMayday 2009 to everybody!

****************
****************

MANIFESTO OF KNOWLEDGE WORKERS


Knowledge is at the core of the mechanisms of the current capitalistic valorisation, but has also had a fundamental role in the productive
processes of the past; today, though, it has turned into the main factor on
which accumulation is grounded.


During Fordism knowledge had more to do with machines than with labour
itself; but today it is a prerequisite, a quality and a distinctive element
of professional performance; today knowledge inheres with the worker's
brain
and heart. And this is the very reason why it is being subjected to
attempts
of control, commodification and expropriation. Contemporary accumulation is
based on the misappropriation of living labour and social cooperation. The
implementation of mortification strategies, at times persuasive, addressed
to living labour perfectly reflects the logics of the current capitalistic
ehnancement.



The nature of knowledge

Knowledge is a common good. It is, by its nature, niether a private nor a
State-owned good. It cannot be a private good because it derives its value
from socialization. It does not belong to the State because knowledge
exists
outside the limits and conditioning imposed by State institutions.
Knowledge
implies learning and the kind of self-awareness that is reached through
time
and experience. Knowledge only develops in an environment of cooperation
and
transparency: that's why we need to protect the free circulation of
knowledge and thus the opportunity of choice of those who partecipate in
the
learning process.


Knowledge is intrinsic to those who produce and spread it. As such, it is
always unique and different, that is, it carries the mark of the knowing
subject; those who produce or assimilate knowledge cannot ever be
completely
dispossessed of it. Consequently knowledge always produces a surplus that's
potentially hostile to any kind of hierarchy.


At the same time knowledge is never just an indivual process. It is
structured and develops throughout the subject's life, by means of
formative
and learning processes, the roles covered, social relationships and the
entirety of the changeable conditions that every subject (or group) is
bound
to undergo. Knowledge is a dynamic process that develops historically
through the relationship between the singularity and the generality that
characterize it.


No matter how hard we try, we will never succeed in turning knowledge in an
exclusive private propriety. Because of its very nature, it will always
shun
fencings. Transmitting one's knwledge never means to lose it.




The subjects of knowledge

A knowledge worker is someone who makes use, either largely or completely,
of his/her intellectual, cognitive, relational, linguistic, experiential
and
emotional capabilities to carry out his/her job.


Knowledge workers produce and pass on, each in his/her own personal way, a
common good. They need to be aware of this, so as to become responsible
subjects, able to assert the common point of view with respect to the
privatistic misappropriation of the cognitive cooperation outcome.


The contractual relation typical of the knowledge worker lends itself to an
inidvidual work relationship. In a way it is the emblem of contemporary
contractual individualism. But the truth is it proves to be made of a very
wide range of personalized contracts, atypical individual relations and
various forms of individual cooperation. Even in collective
work-contests it
ends up giving grounds for an individual negotiation that lead to
supplements for minimum pay, individual incentives and productivity bonuses.


Due to these mechanisms, the working conditions of knowledge workers are
typically apt to be subject to the law of blackmailing and consent.
Blackmailing derives from the individual work relation, that often leads to
occupational precariousness, let alone the unstableness of the income
and of
life perspectives. Consensus is rooted in the fact that the individual
working sphere is based on a double illusion: that of being able to express
oneself freely, recognising oneself in one's work; and the one that
makes us
believe that sooner or later our capabilities and talent will be recognized
and enhanced.


Knowledge workers live between the illusion that one day they will be
realised and obtain personal success, and the real misery caused by the
depreciation of their work. The potential of the aware subjectivity - in
its
collective dimension - of knowledge workers hasn't yet been understood nor
explored all the way.


Through this Manifesto, knowledge workers mean first of all to make
themselves visible, to come out into the open, detecting their own needs
and
claims, opposig at the same time the ruthless and dominant logic that keeps
them separated, impoverish them materially and intellectually and makes
them
rivals.


We bet that knowledge can also be used as a means to streghthen the value
and the power of the individual, both in social and everyday contexts
freely
lived, and in unpredictable professional contexts, in which a deep
knowledge
allows mindful choices. We thus take a first step towards the shaping of
a a
shared and appropriate answer for all those impersonal and subjective
forces
that have decalred war on intellingence.


------------------------------------------------------------------------------------------

Hypothesis for a Charter of knowledge-workers rights


When knowledge, information and culture become commodities, then knowledge
workers are doomed to sink into disownment, weekness and occupational
blackmailing.

Italy has declared war to intelligence. This concept was launched in France
in the recent past: Intelligence has been sacrificed on the altar of market
economy and of the most short-sighted, feeble private interest.


What kind of future can have a country in which culture and knowledge have
become mere territories to be colonized, fenced and branded? A country
where
art is on sale, that relies on "foundations"; a provincial country that
worships Facebook. We cannot help but be scared: such a simplification of
the discourse might well have the aim of destroying any kind of social
relationship and individual free expression.


How much space can such a society leave to the production and spreading of
knowledge? And how can we possibly re-posses this space and effectively
enjoy rights that belong to us aimed at an economic, social and personal
development?


Making a whole generation precarious; cutting the funds to research and
education, to theatres, museums, public cultural institutions, cinema,
publishing and journalistic cooperatives: no doubt, all this is aimed at
the
flattening and the distortion of contents, messages and the educational and
cultural offer. On the whole, the outcomes of such a strategy are
disastrous: information, education and culture are progressively losing
their role and meaning; consequently the capability of individuals to form
their own idea about the world, facts and existence is deeply undermined.
Collective action becomes weak, flimsy. Particularism and the insatiable
goals of private profit in ever more narrow and priviledged sections of
society are slowly prevailing on the common interest and the importance of
the public sphere.
The tragic situation described above is worsened by a global economic
crisis: we are fully aware that it represents the perfect opportunity to
impose even more drastic measures of regulation upon cognitive work. In a
country at war against intelligence, the crisis has brought about
devastating selective procedures that further undermined the already
disadvantageous position in which cognitive work is relegated: it makes it
synonymous with mediocrity and social fear and aphasia. Paradoxically, one
of the main causes of this crisis lies in the failed recognition of the
economic and social value of most cognitive work.


We are the knowledge workers of information and media, of the publishing
world and of the cultural industry; of school, university and research; of
show business, education, design and comunication; we are determined to not
simply suffer your crisis; we want to stem this drift and reverse the trend
of this tendency. That's why we will join and pursue together our common
objectives.
We firmly assert the contents of this Chart and will submit it to all those
who share our condition.


1) We claim our right to be intelligent, that is to say the right to
knowledge and an education completely independent from the aims imposed by
the market and the current production schemes. Just like water or the
air we
breathe, knowledge is a common good - both universal and individual; it is
the collective engine able to produce welfare and progress for the greatest
number of people: it is not a commodity to be sold or bought on the market
of the "owners", on the basis of the profit and the social control that
capital can impose.


2) Both within and outside the workplace, we thus claim the right to a
recognition and respect of our skills, independence, competences,
professionalism and material and spiritual needs.


3) The main problem for knowldge workers is the lack of the chance to
choose
and and set themselves against various forms of blackmail; that's why we
also assert our right to self-determination. Which implies the assertion of
the right to a guaranteed fixed income. Knowldge work, by its very nature,
is mostly not defeasible, even if technologic development wishes it to
become such. On the contrary, it is basically flexible and
discontinuous. We
want an appropriate income also during our non-working periods. We ask
for a
guaranteed wage in moments of unemployment. We are not only talking about
benefits and social security cushions; we want a secured fixed income.


4) We still assert the need of establishing a minimum hourly wage for our
work, be it occasional or not. The hourly wage must be established
according
to the real cost of living and its possible future variations.


5) We demand the possibility to choose the kind of contract we want to
stipulate for our work. We thus firmly oppose those unilaterally
imposed by
companies, which in the past few years has spread to the point of becoming
the only natural possibility of employment.


6) We want to meaningful enjoy again both our work and our time. As any
type
of market contract imposing exclusivity, (partial or a total), limits our
intellectual capacity,. action must be taken for a supplementary
remuneration.


7) We want freedom of expression, comunication, and learning. Cognitive
autonomy is not negotiable. The prostitution of brains is not in the least
better than that of bodies. Because knowledge is a common good belonging to
the individual and to the whole collectivity, the benefits of knowledge
must
be socially shared in a perspective of peer-to-peer circulation.


8) We claim our right to free access to education, updating, personal and
cultural growth opportunities without having to pay for them.


9) No matter the steadiness or the subordination of our working conditions,
we also claim the basic rights attached to social status: social safety
cushions, sick leave, maternity leave, paid holidays, paid parental leave,
gratuity and a fair and settled pension at the end of our working cycle.


10) We have seen how economic resources are always available when it's
about
saving banks and holding companies. We have seen how, notwithstanding the
new system of precarious, "flexible" and discontinuous work, overall
productivity and wealth have increased, precisely by virtue of the
cooperation and the innovative power of the General Intellect. What is
needed, now, is an even distribution of the fruits of the social adjustment
that's alrady taking place. We, here and now, determine to name this
distrubution (wages) together with all its consistent rights, "common
welfare". What we claim is precisely this: common welfare.


We firmly believe that the majority of knowledge workers no longer will
passively accept the forms of control that the existing productive process
wields over education and learning; no longer they will accept its
proprietary and hierarchical boundaries and its uncertitude; they will
reject the precariuosness and the exploitation brought about by the
supremacy of contemporary capitalism over our lives and bodies. The limits
posed to freedom and democracy are growing palpable, anachronistic and
unbearable.
Knowledge workers, together with the whole precarious multitude that shapes
the current labour market, can become the driving force of a new
culture, of
fresh democratic undertakings based on cooperation, sharing and
socialization. They have to claim the free circulation of knowledge, which
implies the assertion of a new society no longer based on needs, but on
peace and the respect of the natural balance; on the free and joyful
cooperation between individuals; on the potentials of machines and on human
creativity turned to the service of the collectivity.

http://www.precaria.org/files/manifesto_of_knowledge-workers.pdf
http://www.precaria.org/files/hypothesis_for_a_charta_of_knowledge-workers_rights.pdf
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MessaggioInviato: Gio Apr 30, 2009 12:03 pm    Oggetto: Rispondi citando

MERCOLEDI’ 6 MAGGIO
NOTTE BIANCA DELL'ONDA


_ore 18:00 Sala Estense
tavola rotonda LA CRISI IN ONDA

21:00 > 6:00
FACOLTA' DI GIURISPRUDENZA
via Ercole I d’Este ingresso via Guarini

_ore 21:00 giardino della facoltà di Giurisprudenza
RAPPRESENTAZIONE TEATRALE
del libro IO SONO ANNA ADAMOLO
a cura del collettivo AutArch Onda Milano

_a seguire fino alle 6:00 del mattino
dj set ONDA ELETTRICA
Night Gentelmen _ Faenza (elettro) VKNG_Ferrara (elettro) Caimano_Ferrara
Gherardolandia _Bologna I the Fug (speachs remixes)

durante la serata verrà proiettato il video L’ONDA SFONDA LA RETE a cura di CuCo
GRAFFITI NIGHT
ed esposizione di Andrea Amaducci e Vanessa

_ore 24:00 INCONTRO SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

_ore 5:00 COLAZIONE con cornetto e caffè

PER TUTTA LA NOTTATA BAR CON PREZZI ANOMALI


visita il nostro blog http://ondaferrara.blogspot.com/
o scrivi alla nostra e-mail ondafferara@gmail.com
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MessaggioInviato: Lun Mag 25, 2009 11:06 am    Oggetto: Rispondi citando

Appuntamento con la pasta dell'Onda contro il caro-mensa.
Martedì 26 maggio dalle 12 alle 14 l'Onda Ferrara torna in piazza offrendo la pasta gratis.
http://ondaferrara.blogspot.com/2009/05/ancora-in-piazza-contro-il-caro-mensa.html#links

Il costo della mensa universitaria di Ferrara è una anomalia rispetto alle altre regioni italiane; un’anomalia che pesa sulle tasche degli studenti.

Il Coordinamento Studenti Unife rivendica un diritto allo studio che preveda strumenti di agevolazione per gli studenti e per le loro famiglie. Agevolazioni nelle quali, a pieno titolo, rientra sicuramente un accesso economicamente sostenibile al servizio di ristorazione.

Per questo la richiesta dell'Onda è che l’azienda ER.GO preveda nei bandi di concorso 2009/2010 una tariffazione graduata sulla base degli indicatori ISEE. Rivendicazione già portata all'attenzione del presidente Er-Go, Merighi, e che nelle prossime settimane saranno riformulate all'assessore regionale (con il quale è già stato fissato un incontro con una delegazione del movimento).

DIFENDI I TUOI DIRITTI
SOSTIENI LA NOSTRA AZIONE


Combatti anche tu il CARO-MENSA:
26 maggio 2009
Piazza Cattedrale

dalle 12.00
alle 14.00

PASTA per tutti

Per tutto il mese di giugno, ogni mercoledì sera, l'Onda organizza lezioni in piazza!!
--
ONDA Ferrara - coordinamento studenti unife
Email: ondaferrara@gmail.com
coordinamentomammuth@gmail.com
Sito Web: http://ondaferrara.blogspot.com
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MessaggioInviato: Ven Lug 31, 2009 1:39 pm    Oggetto: Rispondi citando

L’OCSE boccia la scuola italiana: ma è una bufala

di *Girolamo De Michele*

Il fatto: martedì 17 giugno sono stati presentati i risultati di due
ricerche, *TALIS 2008* e *Economics Survey of Italy*. Con un curioso
intermezzo (vedi qui <http://www.retescuole.net/contenuto?id=20090618152950>):
ai presenti è stata prima distribuita, e poi ritirata una cartelletta
contenente le sintesi e degli abbozzi di traduzione delle ricerche. Un
comunicato
del Ministero<http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2009_miur/17060...>,
e un articolo<http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_17/scuola_rapporto_ocse_fea...>sul
*Corriere della Sera* con ampi virgolettati (un pelino più distaccato
quello<http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewOb...>su
*La Stampa*), ci informano che con queste ricerche l’OCSE ha bocciato la
scuola italiana, valutando positivamente l’operato del Ministro. Altri
giornali, su carta e on line, grandi piccoli, piccolissimi riprendono -
addirittura con taglia-e-incolla spudorati - la notizia.
Che però è *falsa*.
In sintesi: il Ministro spaccia per nuovi dati che sono vecchi, confonde il
primo rapporto col secondo, e il secondo con uno ancora da stilare. E
fornisce dati non veritieri. Che però i giornalisti italiani, in barba alla
deontologia professionale e al controllo rigorosa delle fonti, prendono per
veri: se lo dice il Ministro...
Bene: la verifica l’abbiamo fatta noi. Quello che segue è l’esito della
nostra verifica dei poteri. Con, in *Appendice* tutti i link per chi volesse
verificare come stanno le cose.
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/07/003102.html
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MessaggioInviato: Mer Set 02, 2009 11:15 am    Oggetto: Rispondi citando

NO GELMINI DAY

Per chi è presente in facebook http://www.facebook.com/home.php#/event.php?eid=122332172699&ref=nf

Data:
sabato 5 settembre 2009
Ora:
10.00 - 13.00
Luogo:
Tutta Italia



In tutta Italia si stanno diffondendo iniziative, per lo più autogestite , contro i tagli agli organici che secondo la Ministra Gelmini dovevano essere quasi indolori.

Bugie, come al solito tante bugie....

E' venuto il mese di agosto e, con notevole ritardo sui tempi previsti, sono iniziate le convocazioni sui posti disponibili.

Le bugie di Gelmini e di alcuni sindacati "pompiere" si sono sciolte come neve al sole.

La conta è iniziata.

La decimazione pure.

I precari hanno cominciato a toccare con mano quale sarà la loro sorte nel prossimo, anzi immediato , futuro.

La rabbia ha iniziato ad assumere varie forme : da quelle ironiche ( Arezzo e Treviso ) a forme estreme come lo sciopero della fame, incatenamenti, minacce di suicidio.

A questo punto è importante dare un segnale forte , univoco e unitario.

Per questo motivo è nata l'idea di proclamare per sabato 5 settembre

NO GELMINI DAY

con presidi davanti alle prefetture di tutte le province italiane

Ognuno sceglierà come condurre la gestione del presidio. Suggeriamo di invitare la cittadinanza a difesa di lavoratori, quelli della scuola, che , come tutti i precari statali , non trovano difese nemmeno nello statuto dei lavoratori e della scuola pubblica che subirà un ulteriore impoverimento qualitativo, oltre che quantitativo.


Qui sotto il testo di un volantino da distribuire, liberamente modificabile, già utilizzato in varie province italiane.

Tutta Italia sabato 5 davanti alle prefetture !!!

PRECARIO SEDOTTO ED ABBANDONATO DALLO STATO
Per anni siamo serviti a far funzionare la scuola per coprire i posti che non erano messi a ruolo.

Ora lo stato intende disfarsi di noi senza una parola di ringraziamento senza neppure tentare un timido “SCUSA MI DISPIACE ……”

Noi senza lavoro.
Le scuole in grandi difficoltà anche per operazioni semplici come l’apertura e la chiusura degli edifici, per non parlare della didattica, e di tutte le attività di insegnamento.

Tutto ciò mentre i nostri politici non intendono rinunciare ai LORO GRANDI E PICCOLI PRIVILEGI DA ELETTI……..DAI BONUS PER I VIAGGI GRATIS AL GELATO NELLA BOUVETTE DELLA CAMERA………..

Dopo un lungo fidanzamento durato anni e anni lo Stato non solo non ci porta al matrimonio promesso ( posto fisso ) ma ci abbandona letteralmente in …..mutande.

Siamo qui a manifestare il nostro dissenso, la nostra rabbia e a chiedere alla cittadinanza tutta il sostegno alla nostra battaglia per avere ciò che la Costituzione si fa pregio di citare quando recita :

“LA REPUBBLICA ITALIANA E’ UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO “

QUESTO NOI CHIEDIAMO: LA POSSIBILITA’ DI LAVORARE !!!

I PRECARI DELLE SCUOLE
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MessaggioInviato: Lun Nov 09, 2009 4:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

L’università senza vocazione e l’(inedita) equità del mercato
Anna Carola Freschi, 04 novembre 2009
da http://www.sociologica.mulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:174

In questo Primo piano proseguiamo la discussione sull’università, concentrando l’attenzione su alcuni (e prevalenti) presupposti delle proposte di policy correnti e sull’opportunità di riaprire su questo tema spazi per un contributo differente della sociologia. In questa direzione può essere utile introdurre alcune considerazioni generali su quelle che potrebbero essere definite “mistificazioni ricorrenti” nel dibattito sullo stato di salute e sul destino dell’università italiana e quindi sulla necessità di recuperare strumenti di analisi propriamente sociologici. Per esempio partendo da una concezione più sofisticata e realistica del mercato, in netto contrasto con la sua supposta neutralità da cui oggi viene fatto discendere anche un suo improbabile ruolo egualitarista e di giudice ‘neutrale’ della qualità.



1. L’illusionismo neoliberista

Considerare le politiche pubbliche sull’università senza discuterne i presupposti generali impedisce di valutare correttamente la loro adeguatezza rispetto alla realtà sociale e alle sue trasformazioni più complessive. Se la cosiddetta sociologia di policy può decidere di adottare esplicitamente il frame neoliberista, enfatizzato fuori tempo massimo nelle recenti politiche pubbliche su scuola e università; se quindi può nello stesso solco lavorare magari ad indicatori mainstream un po’ più sofisticati; in una prospettiva sociologica più ampia – critica e pubblica – non è invece possibile trascurare i forti limiti di quel frame, le illusioni che crea e gli spazi di manipolazione che apre.

La visione prevalente sul futuro dell’università ha il suo fulcro nell’idea, propria dell’economia neoclassica, del ruolo di regolatore benefico attribuito al mercato, una sorta di non-istituzione sociale, meccanismo neutro, astratto ed imparziale. Non è però una novità che questa accezione “magica” del mercato sia considerata largamente illusoria ed insoddisfacente da molti sociologi, dai classici fino agli sviluppi contemporanei della sociologia economica, e che il carattere sociale (e politico) della costruzione del mercato sia riconosciuto anche da importanti economisti. Gli unici mercati che si conoscano – quelli storici – non possono che essere costruiti socialmente, politicamente, culturalmente. Un esempio di analisi sociologica in questo senso è il saggio di Emmanuel Lazega pubblicato da Sociologica (1/2009), che provocatoriamente si apre con una citazione di Adam Smith sulla spiccata capacità combinatoria (collaborativa/collusiva) dei ‘padroni’.

Salvifico ed onnipotente se lasciato lavorare, secondo i suoi paladini neoliberisti il mercato (e con esso la competizione) selezionerebbe i migliori; li responsabilizzerebbe, siano essi famiglie, studenti, ricercatori o atenei. Il mercato allocherebbe efficientemente le risorse, migliorando le performance; fornirebbe saldi e neutrali criteri per la valutazione della ricerca e della didattica; collegherebbe al meglio la produzione di sapere ai bisogni delle imprese (e magari dei cittadini). Sempre il mercato sarebbe in grado di guarire la corruzione che, si ritiene, attanaglia il mondo accademico in modo anomalo, non solo rispetto al mondo dell’impresa e della politica, ma anche in confronto al resto dell’impiego pubblico.

Passando subito ad un aspetto chiave, è difficile ignorare che invece i mercati mettono in gioco attori con relazioni al potere asimmetriche. La natura di questi ‘giochi’ non è autonoma dai contesti specifici di scambio, quindi dalle strutture di potere e dalle culture che li connotano, con esiti molto diversi perfino trattando risorse analoghe. La stessa origine del “valore”, usando qui il termine nell’accezione economica, deriva molto più da una definizione sociale – legata quindi al sistema di norme e di strutture di potere legittimate e legittimanti – che dalle supposte qualità intrinseche delle risorse scambiate. Saperi ed attori della loro ri-produzione non fanno eccezione a questa dinamica. Così, per esempio, la spiegazione sociologica dei processi di produzione e selezione socio-economica dell’innovazione non potrebbe limitarsi esclusivamente ai meccanismi del mercato, tema su cui i sociologi hanno attirato l’attenzione e prodotto innumerevoli e rilevanti contributi. La stessa tradizione critica di sociologia della conoscenza e delle strutture della sua produzione si fonda su questa semplice e concreta idea.

Ancora, pochi metterebbero oggi in dubbio l’importanza dei beni collettivi per lo sviluppo umano ed economico, ma quella stessa ottica raramente emerge a proposito del possibile rilancio di un ruolo pubblico dell’università. Questa si trova così spinta con sempre maggior naturalezza fra gli attori privati dell’economia, sia nelle politiche pubbliche, sia nelle pratiche (neo-patrimonialistiche o aziendalistiche, per certi aspetti in continuità), sia nell’analisi accademica.

In definitiva, il riconoscimento dei limiti della retorica di mercato appare ancora marginale nel dibattito scientifico nostrano sulla riforma dell’università, fortemente influenzato da approcci economicistici ed aziendalistici. Tutto questo succede mentre fuori dall’Italia si sta sviluppando un dibattito accademico, in particolare anglosassone e francese, sui guasti prodotti dall’invadenza e dalla supremazia della logica di mercato sia su alcuni principi cardine della comunità scientifica (ricerca della verità, libertà e pluralismo, trasparenza e divulgazione, rapporto fra università e editoria scientifica), sia su principi di uguaglianza sociale (si veda il problema dell’indebitamento degli studenti) e diritti umani (si pensi alla questione del brevetto di farmaci e geni). Né le istanze di protesta di alcune componenti specifiche del movimento globale anti-liberista, attive sui temi dell’educazione, della scienza e della tecnologia, o dei recenti movimenti studenteschi e dei ricercatori, in prevalenza precari, possono essere liquidate in blocco come “resistenziali”, lettura riduttiva, e non solo governativa. Piuttosto, queste istanze dovrebbero essere analizzate come testimonianze dei nuovi bisogni sociali e professionali, compressi dalle politiche neoliberiste e, nelle loro dinamiche interne, anche di tensioni contraddittorie, ma non per questo meno importanti per l’analisi della trasformazione sociale.

Avanzerò qui alcune considerazioni su due conseguenze della visione, per così dire, taumaturgica del mercato fra loro strettamente collegate: la pretesa che questo abbia un ruolo di promozione dell’eguaglianza sociale – c’è da capire quanto debitrice del clima culturale nazionale – e i supposti benefìci della competizione per la ricerca e la professionalità accademica.

2. Mercato & Equità: la strana coppia

Il consenso attorno all’ideologia di mercato si deve indubbiamente all’ampio appeal simbolico di alcuni messaggi specifici, fra i quali quello secondo cui il mercato premi i migliori, garantendo quindi qualità della selezione e della produzione, oltre che controllo sui costi.

Questa idea è però (davvero) segnata da una sorta di egualitarismo “ingenuo”, dato che davanti al tribunale del mercato le differenze fra individui dipendono ben poco dal loro merito – un concetto con molte facce rimaste ambigue e scarsamente illuminate nel discorso pubblico. Non è una novità che gli attori in competizione partano da dotazioni sociali diverse: a parità di impegno e ‘qualità’ individuali difficilmente potranno, sopportando gli stessi costi personali/famigliari, raggiungere gli stessi risultati. A meno che non si voglia intervenire appunto sulle dotazioni sociali di partenza. La faccenda è quindi molto più complicata da risolvere rispetto alla concessione di un prestito per pagarsi gli studi. La gara – se vogliamo restare ad una metafora cara a chi esalta il merito come metro di giudizio – è cominciata molto prima dell’iscrizione all’università. Siamo, qui, all’ABC della conoscenza della realtà sociale: è solo una volta assodata questa nozione di base che una discussione si può aprire proficuamente. Altrimenti davvero si resta nel campo dell’ideologia, magari sostenuta da indicatori di performance e comparazioni internazionali, che sistematicamente evitano di mettere in relazione le proprietà “misurate” con i contesti più ampi in cui esse si inseriscono.

Una rozza e mistificante ideologia del merito viene applicata massicciamente sia all’accesso alla formazione superiore, sia all’accesso alla professione accademica, immaginando non solo che la disuguaglianza si manifesti a scatti, piuttosto che essere il risultato di un percorso, ma anche che ciascun soggetto sia separato dal resto della società, che viva tutt’al più in una famiglia, mai in un quartiere, in un territorio, in un paese con determinate istituzioni e in un clima culturale e politico, per esempio più o meno vicino alla sua condizione. E’ da considerare una scorciatoia ingenua o pura finzione valutare il merito somministrando uniformemente test d’ingresso di cultura generale a giovani che hanno trascorso i primi 20 anni della propria vita in una casa popolare o in una villetta stile liberty, tanto più quando la scuola pubblica viene fortemente pauperizzata.

Guardando alla questione dell’accesso agli studi universitari, le proposte d’impostazione neoliberista ricorrenti nel dibattito italiano convergono sulla creazione di un mercato dei titoli di laurea, stratificato in base ai livelli di tasse di iscrizione. Attraverso prestiti differenziati in base al “merito” (le virgolette, a questo punto, mi sembrano d’obbligo), gli studenti si potranno laureare scegliendo le università migliori, che avranno tasse di iscrizione più elevate perché pagheranno i migliori docenti e servizi. Gli studenti “migliori” otterranno un titolo di studio con un marchio di qualità, una quotazione “di mercato” più elevata, grazie all’accesso a contenuti di maggior valore aggiunto, sempre secondo i parametri di mercato, e all’ambiente culturale più qualificato, sempre secondo il mercato (è un po’ ingenuamente che questa soluzione viene presentata anche come una via d’uscita alle trappole del credenzialismo). In una situazione di sottofinanziamento pubblico e incombente crisi finanziaria degli atenei, l’aumento delle tasse d’iscrizione per gli studenti, insieme all’abolizione del valore legale del titolo di studio (utile per accedere a impiego pubblico e professioni), viene presentata come la leva fondamentale per la liberalizzazione del settore e la promozione della concorrenza fra università, che porterebbero ad un sistema differenziato per qualità e specializzazione.

La prospettiva della liberalizzazione dell’università apre in realtà problemi di equità nell’accesso molto seri, in contrasto con le pretese egualitarie di una retorica neoliberista che appare maldestramente ammorbidita. Dal lato dell’offerta, è stata evidentemente ridimensionata l’idea di una diffusione territoriale delle opportunità di alta formazione e ricerca universitaria (certo, non polverizzate come quelle attuali) e delle esternalità socio-economiche positive che vi si collegano. Una riprova lampante di ciò è la recente graduatoria (agosto 2009) per la distribuzione del 7% del Fondo ordinario di finanziamento agli atenei, che premia gli atenei del nord senza tenere in minima considerazione gli handicap strutturali in cui le università del sud si trovano a lavorare, handicap che influenzano tutti gli indicatori utilizzati (per esempio il tasso di occupazione dei neolaureati). Con la stratificazione del sistema universitario affidata al mercato viene soprattutto abbandonata l’idea che un sistema nazionale debba garantire un’offerta con standard minimi uniformi, piuttosto che riprodurre squilibri pregressi. Predicando, dunque, il potenziale egualitario del mercato si rischia in realtà di rafforzare le attuali basi delle ineguaglianze territoriali.

Inoltre, non si può chiudere gli occhi sul fatto che la cosiddetta autonomia degli atenei – primo passo nella direzione della differenziazione – si è tradotta nella “irrazionale” proliferazione dei corsi di studio, che hanno la loro ragion d’esistere nel perseguimento “razionale” della massima utilità individuale di questo o quel potentato accademico. Questa deriva del resto non riguarda solo l’università, ma ampi settori dei servizi pubblici per i quali in modo sempre più evidente la liberalizzazione/privatizzazione non ha portato ai cittadini i benefici attesi e ha invece ampliato gli spazi per il diffondersi di forme particolaristiche di gestione delle risorse.

Dal lato della domanda, un minimo di contestualizzazione del problema, operazione evidentemente poco congeniale tanto all’approccio economico neoliberista quanto alle analisi di policy più diffuse, rende evidente la perversità della ricetta “più tasse d’iscrizione = più meritocrazia = più eguaglianza”. Prendiamo la posizione esemplare degli economisti Giavazzi e Perotti: a fronte della profonda trasformazione cui sono sottoposti i criteri di legittimità, legalità, onore in tutti gli ambiti della vita del paese da almeno un ventennio, entrambi sono convinti del ruolo cruciale dell’aumento delle tasse universitarie nella moralizzazione della vita accademica e per favorire l’equità sociale. Le famiglie ci penserebbero due volte – è il loro ragionamento – a mandare i figli all’università e gli studenti sarebbero più esigenti con i loro docenti (Giavazzi sulla prima pagina del "Corriere della sera", 3 luglio 2009). L’attuale università “gratuita” infatti sarebbe socialmente iniqua, perché all’università vanno pochi figli degli operai. Peccato però, come si ricordava poche righe sopra, che l’iniquità si sia prodotta ben prima di arrivare all’università, soprattutto quando (e dove) il welfare state si è affievolito e il principio di tassazione progressiva è, oltre che messo in discussione dall’impressionante evasione fiscale, pubblicamente delegittimato e ridicolizzato da farmacisti e gioiellieri a 1.000 euro al mese e dai nullatenenti possessori di yacht.

Purtroppo lo scambio proposto alle “famiglie operaie” come un’innovazione a loro favore è sintomatico di un mutamento politico-culturale profondo e devastante per i ceti sottoprivilegiati: “poveri, smettete di pagare l’università ai ricchi, se qualcuno di voi (e non tutti voi) ci vuol provare, gli concederemo un prestito ad hoc”. Quasi uno schiaffo, considerato che le opportunità di trovare e mantenere un lavoro qualificato sono sempre più, si può proprio dire, “merce rara”, in particolare per chi non può permettersi di aspettare una buona occasione e per chi vive in territori svantaggiati.

Ancora, il permanere del gap di origine sociale nel rendimento scolastico e nell’accesso all’università non viene letto come segnale di un deficit, territorialmente assai diversificato, di efficacia delle politiche sociali, educative e culturali, o anche come aspetto di un processo di trasformazione dei modelli culturali e valoriali. Il non “merito” viene invece analiticamente separato dal contesto in cui le persone costruiscono il loro capitale sociale e culturale: il “demerito” è prodotto esclusivo dell’agenzia/organizzazione formativa e/o di un cattivo inserimento dell’individuo o anche dal confronto con individui più fortunati.

In definitiva, mentre i cortocircuiti fra speculazione finanziaria e indebitamento sono sotto accusa in tutto il mondo, da noi si sostiene, quasi senza contradditorio, che l’indebitamento sia in fondo la migliore forma percorribile di redistribuzione sociale delle opportunità. Non importa che solo con molta fantasia e altrettanta spietatezza sociale si possa far scomparire la differenza che c’è tra avere e non avere debiti (o anche tra averne piccoli o grandi). Non viene purtroppo evidenziato che aumento delle tasse e debiti andrebbero a pesare relativamente di più sulle famiglie con bassi redditi, anche attraverso un maggiore condizionamento delle scelte formative e poi professionali. Questo ambito di libertà, contrariamente a quanto si sostiene, verrebbe ulteriormente compresso rispetto a quanto già non avvenga per i meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze. Né si può prevedere che, quasi per magia, diminuirà il peso di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, più familista e clientelare anche nel settore privato, e con minori opportunità di collocazione per i laureati rispetto agli altri paesi europei. Riducendo la libertà nella scelta formativa, professionale e quindi nelle pratiche di lavoro, l’indebitamento funzionerebbe anche come potente amplificatore del processo di “corrosione del carattere” – secondo l’efficace espressione coniata da Richard Sennett – connesso alla flessibilizzazione selvaggia del lavoro, con un impatto non trascurabile sulla fibra produttiva, civile e politica del paese.

3. La meritocrazia “corrosiva” e il declino della professionalità

Secondo i sostenitori di una riforma neoliberista dell’università pubblica, solo introducendo principi di mercato e responsabilizzazione individuale si potrà premiare il merito nell’accesso al lavoro accademico, nelle carriere, così come buone politiche di ricerca e programmi didattici. Pur con lo sconto della sintesi, si capisce subito che la realtà è molto più complicata.

Non è una novità che, soprattutto nel breve termine, parametro privilegiato dal mercato e dai suoi sostenitori, il successo e la reputazione scientifica (soddisfatti standard qualitativi minimi di base, oggetto essi stessi di negoziato) dipendano più spesso da effetti di riconoscimento, di rete, di scuola, di struttura delle opportunità individuali e storiche, politiche ed economiche, che non necessariamente dalla “intrinseca” qualità dei lavori prodotti. Probabilmente non c’è potenziale o risorsa la cui valorizzazione – sociale ed economica – dipenda altrettanto ampiamente da relazioni di potere quanto la conoscenza. Gli stessi fattori che incidono sulla qualità della produzione scientifica, ampiamente definita da convenzioni sociali, sono del resto fortemente dipendenti dalle stesse strutture di valorizzazione. Un ambiente culturalmente stimolante, essere figli d’arte, provenire da famiglie socialmente ‘centrali’, non avere problemi economici e assistenziali, può migliorare molto le opportunità di accedere alla professione accademica, e in generale alle professioni più qualificate. Mi sembra poco credibile scandalizzarsene quando il modello di riferimento è una società a welfare minimo. Tuttavia, un aspetto meno presente nella discussione è il peso di questi fattori sociali nell’apertura di maggiori opportunità di diventare bravi. Si trascura troppo questo semplice e crudo aspetto: “bravi si diventa”, e ad ogni bivio opportunità e ostacoli possono intrecciare la condizione individuale in modo diverso a seconda di altre disuguaglianze di condizione. Il “mercato” non considera la distribuzione, in gran parte cumulativa, dei vincoli che ciascuno dovrà affrontare. Tant’è che quando si parla di meritocrazia nel discorso neoliberista non ci si riferisce ai risultati rispetto alle risorse, ma ai soli risultati e secondo parametri e logiche selezionate dal mercato, che ben poco hanno a che vedere con i principi di verità (plurale) cui dovrebbe tendere la scienza.

Dallo scarto fra queste retoriche e le pratiche ampiamente osservabili deriva che la stessa competizione è per lo più una finzione sociale, anche nel campo scientifico. Alcuni punti dello stesso saggio di Lazega sopra citato, che fa anche esplicito riferimento al campo accademico (p.18), possono essere chiarificatori. Il mercato viene descritto come un sistema a “nicchie”, caratterizzato da diverse forme di “disciplina sociale” collegate a status differenziati: rispetto ad un panorama dominato da una competizione per così dire “neutra” fra attori auto-centrati, ne prevale nettamente un altro, ben diverso, caratterizzato da cerchie cooperative, che sospendono la competizione interessate come sono a mantenere vantaggi quasi-monopolistici nel controllo su specifici ambiti, e da forme di solidarietà particolaristica, una dinamica ben nota anche in ambito accademico dove la regola della competizione tende ad operare prevalentemente nelle aree più periferiche del campo organizzativo.

L’ideologia meritocratica associata a liberalizzazione e aziendalizzazione del sistema universitario produce anche guasti specifici, sia che si pensi all’università come un attore economico fra gli altri del cosiddetto capitalismo cognitivo; sia che invece si voglia promuovere la sua funzione sociale e di bene pubblico. L’esasperazione del principio di mercato può avere un effetto fortemente negativo su alcune risorse specifiche, individuali ed istituzionali, come la fiducia e la cooperazione, che sono cruciali per la produzione scientifica – oltre che per la convivenza civile e la qualità della vita degli individui (aspetti importanti su cui sarebbe importante poter ritornare anche su queste pagine). I pesanti effetti della cosiddetta flessibilizzazione dei contratti di lavoro sulla qualità dei processi produttivi sono ormai piuttosto noti: eccessiva frammentazione, perdita di senso e di autonomia, spreco di conoscenza, progetti di corto respiro, deresponsabilizzazione, peggioramento del clima di lavoro, opportunismo esasperato, dinamiche di cricca, blocco della cooperazione e impossibilità di sinergia. Questo quadro desolante descrive anche la situazione di molti ricercatori, tanto più perché sono inseriti in processi produttivi che richiederebbero un’adesione forte, a tratti totalizzante, flessibile nel contenuto, con scadenze temporali e obiettivi non sempre definibili a priori. La stessa estensione di forme di valutazione standardizzata delle ‘prestazioni’ favorisce la ritualizzazione dei processi produttivi della ricerca, piuttosto che la promozione della loro qualità, e promuove comportamenti opportunistici, in particolare concentrati nella fase a valle della produzione, come le pratiche di plagio o di citazione strategica (dove l’elusione assume una valenza ancora più pesante). Ancora, le disuguaglianze sociali pesano ovviamente anche dentro gli stessi strati di professionalità precarizzata: da una posizione di vantaggio sociale risulteranno più tollerabili i pesi da sopportare; anche in termini di qualità e progetti di vita, i costi da sostenere saranno relativamente più bassi.

Nel suo complesso, una logica di tipo aziendale spinge il lavoro accademico ad intensificare la quantità di output e a cercare all’interno del mercato dei finanziamenti privati diretti e indiretti (attraverso l’editoria) il proprio riconoscimento e la propria giustificazione – con conseguenze pesanti sul pluralismo scientifico. Ne risulta indebolita una dimensione essenziale della professionalità tipica: fornire il massimo della prestazione senza commisurare gli sforzi agli obiettivi, poiché tendenzialmente ogni meta è concepita come il risultato del massimo della competenza esprimibile dal soggetto o dai soggetti coinvolti – idealmente, un obiettivo della/e personalità, piuttosto che legato al tempo investito. C’è insomma una tensione costante e crescente fra un principio di prestazione sufficiente e commisurata, e un principio etico-professionale di prestazione della massima qualità. La normalizzazione del lavoro accademico entra quindi in conflitto con un aspetto centrale della professione. Paradossalmente, l’idea di società della conoscenza che avanza invece di basarsi sulla promozione di un rafforzamento dell’autonomia di tutto il lavoro possibile, spinge verso la sua compressione anche negli ambiti dove questa appariva relativamente più ampia.

Un processo analogo a quello visto tra ricercatori riguarda anche gli studenti del cosiddetto 3+2, spinti a investire un tanto di tempo di preparazione ""sufficiente"" per un tanto di crediti formativi, conformandosi alla logica che vede corrispondere un modulo di conoscenza ad una quantità di tempo dedicato (spesso anche formalizzato in termini di pagine lette). Paradossalmente, laurearsi nei tempi programmati può significare perfino essere bravi studenti, che contribuiscono a tenere alti i parametri dei cosiddetti atenei “virtuosi”, per questo premiati con risorse aggiuntive. Quali “professionisti” avrà però prodotto un’università di questo tipo? Non succede solo che il modello competitivo-aziendale è spinto al punto da negare le premesse di alcune trasformazioni necessarie della professione accademica – come il lavoro collettivo e una maggiore capacità di trasferimento del sapere verso la società tutta. Succede anche che superficialità, ritualismo, deroga alle proprie responsabilità, opportunismo sono alimentate nella cultura di specialisti e professionisti che da questa università, senza vocazione, escono senza professionalità solide e indipendenti e per di più variamente “ricattabili” in misura della loro origine sociale.

Per concludere, l’università pubblica in Italia ha molti difetti, non lo si può negare, che ben poco hanno a che fare con la sua apertura di massa, come è stato giustamente sottolineato. Non per questo, però, le recenti ricette d’impronta neoliberista si devono ritenere credibili. Se, come ho ricordato, senza nessuna pretesa di originalità, mercato e meritocrazia non esistono nei termini impostisi al dibattito pubblico, non si può non vedere quanto essi siano costrutti estremamente funzionali a oscurare la natura politica degli scambi sociali. Non si può non vedere, per esempio, che la situazione dell’università italiana si inserisce in un contesto più ampio di affievolimento delle istituzioni del welfare, del valore stesso del lavoro e dei principi di promozione dell’uguaglianza, di scarso sostegno istituzionale alla scuola pubblica, di deterioramento tanto dell’etica professionale ed imprenditoriale quanto dell’etica pubblica e politica, oltre che di straordinaria confusione sul concetto di libertà. Non si può non ricordare che grandi investimenti per far funzionare davvero una università di massa di qualità sembrano mancare da molto tempo (la progressiva riduzione del finanziamento statale data metà degli anni '80).

Le retoriche sugli effetti salvifici della liberalizzazione dell’università appaiono, in conclusione, ingenue, se non palesemente mistificatorie. Qui si gioca una partita senza dubbio importante per la società di oggi e di domani. Sarebbe pertanto opportuno non lasciare che il dibattito sia appiattito sulle categorie del mainstream economico. La sociologia può contribuire alla discussione scientifica e pubblica con strumenti di analisi più sofisticati, rendendo più chiari ed espliciti i progetti di società di riferimento delle diverse proposte e le loro conseguenze sociali. Distinguendo anche le legittime posizioni politiche da argomenti smaccatamente mistificanti, cui un diluvio di dati quantitativi può forse fornire un supporto simbolico, ma non fondatezza e ragionevolezza.
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“la corruzione del migliore genererà il peggiore” I. Illich
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